NDE

Il tunnel oscuro in un dipinto di Hieronymus Bosch


Quando combattevo in questa contesa, mi colpì di sotto la morte e giacqui, e morivo a cominciare da sotto: durò dodici ore, questo morire, poiché in otto giorni non avevo mangiato né bevuto niente. Il venerdì mi coricai e caddi malato, e facevano otto giorni il giovedì seguente, e morii allora. Il giovedì pomeriggio a mezzodì, sentii chiaramente che la morte mi veniva incontro di sotto… ed il corpo l’avevo così interito che non sentivo più le mani né i piedi, anzi il corpo, ed alla fine non potevo neanche più parlare o vedere… Ma capivo quel che stavano pregando, e udii bene che dicevano l’uno all’altro: “Sentigli le gambe, come sono fredde e rigide”. “Non durerà più molto”. Lo udii, ma non sentivo niente… Ma quando la guardia di città annunciò le dodici di mezzanotte, allora scomparve anche l’udito corporeo. Allora mi sembrò d’essere sollevato con tutto il corpo e portato via, così rapidamente come non può una freccia scoccare dall’arco e domandai dopo dove fosse andato il corpo. Mi assicurarono che il corpo non s’era allontanato; per quanto tempo stesse lontano la mia anima, nemmeno seppero determinare. Ero così morto ai loro occhi che mia madre mi aveva già tolto la camicia e volevano rivestirmi: ma Dio non volle così e li accecò tutti, sicché non poterono notare che la mia anima veniva rapita dal corpo e portata innanzi all’inferno ed in cielo.

Così descrive la sua esperienza ai confini della morte (in inglese “Near Death Experience”, NDE) il mistico tedesco Hans Engelbrecht (1599-1642). È un racconto esemplare, simile a molti altri. Già negli antichi testi tibetani si ritrovano descrizioni piuttosto particolareggiate delle esperienze che il morente si trova a vivere durante il trapasso. In epoca moderna, col diffondersi delle tecniche di rianimazione, si è moltiplicato il numero di persone che, dopo aver sfiorato la morte, sono tornate nel regno dei viventi. E spesso queste persone raccontano di aver visto qualcosa, di aver gettato uno sguardo al di là dell’esistenza terrena. Lo studio sulle esperienze di pre-morte ha conosciuto un forte sviluppo in seguito ai pioneristici lavori di Elisabeth Kübler-Ross e Raymond Moody, i cui libri hanno portato il fenomeno all’attenzione del grande pubblico spingendo altri studiosi ad occuparsene in maniera approfondita. Ciò che è emerso fin dalle prime indagini è che, al di là di alcune variabili individuali, le esperienze di NDE presentano delle caratteristiche comuni, un pattern uniforme che le rende tutte molto simili e ben riconoscibili. Così Moody ricostruiva, nel suo primo libro (1975), l’esperienza-tipo:

Un uomo sta morendo e, nel momento in cui ha raggiunto l’acme della sofferenza fisica, sente dalle parole del dottore di essere clinicamente morto. Avverte allora un rumore sgradevole, come un tintinnio o un ronzio, e contemporaneamente sente di muoversi con estrema rapidità lungo una galleria buia. Giunto al termine, avverte improvvisamente di essere uscito dal proprio corpo ma di trovarsi ancora nell’ambiente in cui si trovava prima e vede in lontananza il suo stesso corpo, come se egli fosse soltanto uno spettatore. Da quella posizione privilegiata osserva il tentativo di rianimazione e prova un senso di sconvolgimento emotivo. Dopo breve tempo, si riprende e si abitua alla sua strana condizione. Avverte di avere ancora un “corpo”, ma di una natura assai diversa e dotato di poteri assai diversi da quelli del corpo fisico che ha lasciato dietro di sé. Cominciano allora ad accadere altre cose. Altri individui gli si fanno vicino per aiutarlo. Scorge gli spiriti di parenti e amici già morti e gli appare uno spirito di amore come egli non ha conosciuto mai: un essere di luce. Questo gli rivolge, senza parole, una domanda che lo esorta a valutare la propria vita, e lo aiuta mostrandogli, come in un playback, gli avvenimenti più importanti della sua esistenza. A un tratto si trova vicino a una barriera, o a un confine, che sembra rappresentare la divisione tra la vita terrena e l’altra vita. E tuttavia sente di dover tornare sulla terra, sente che non è ancora giunto per lui il momento della morte. Tenta di opporsi perché è ormai affascinato dall’altra vita e non vuole tornare in questa. È sopraffatto da intensi sentimenti di gioia, amore e pace. Tuttavia si riunisce in qualche modo al suo corpo fisico e torna alla vita. Più tardi tenta di riferire ad altri la sua esperienza, ma gli riesce difficile farlo. Non trova parole umane capaci di descrivere quegli episodi non terreni. Scopre inoltre che gli altri non lo prendono sul serio e rinuncia a parlare. Ma l’esperienza conosciuta segna la sua esistenza, in particolare le sue opinioni sulla morte e il suo rapporto con la vita (La vita oltre la vita, Milano 1994, pp. 27-28).

È dunque possibile isolare alcuni elementi ricorrenti (che tuttavia, come accennato, possono presentarsi solo in parte o in un ordine diverso):

1) la sensazione di pace e benessere,
2) l’abbandono del corpo,
3) il passaggio in un tunnel oscuro,
4) l’esperienza della luce,
5) l’incontro con esseri spirituali,
6) l’esame della propria vita, e
7) l’ascesa verso un regno celeste.

Raymoond Moody

L’esperienza dell’abbandono del corpo avviene con modalità del tutto simili a quelle delle OBE, ma in questo caso rappresenta solo una parte di un fenomeno più complesso. Gli aspetti più caratteristici delle NDE sono sicuramente la profonda sensazione di pace e di serenità, di totale scomparsa del dolore – una sensazione non dovuta alla semplice perdita di coscienza (si presenta infatti anche nei soggetti che restano coscienti) e che determina di solito una forte riluttanza a tornare nel corpo – e la diversa percezione dello spazio e del tempo (evidente soprattutto nella “visione panoramica”, in cui gli eventi salienti della vita vissuta fino a quel momento si presentano alla coscienza del soggetto che li rivive in maniera istantanea e simultanea). Si conoscono anche casi di NDE “negative”, caratterizzate da sentimenti di angoscia e di giudizio, da atmosfere cupe e dalla presenza di entità percepite come “demoniache”, ma la loro frequenza è estremamente ridotta rispetto alle NDE classiche, e non esistono ancora studi estesi su cui basarsi per darne una valutazione. L’effetto trasformatore delle NDE sulla vita dei soggetti è stato molto sottolineato da diversi autori, ma dagli studi effettuati non è chiaro se ciò sia da attribuire alla NDE in sé o semplicemente al trauma legato al pericolo di vita. Elementi come la religione, la razza, l’età e la cultura non sembrano incidere in maniera sostanziale sull’esperienza di pre-morte.

Come per le OBE, le principali teorie proposte per spiegare le NDE sono di natura fisiologica e psicologica. Secondo alcuni, le NDE possono essere interpretate come effetti di un’anomala stimolazione (parossismo) del lobo temporale del cervello (come avviene ad esempio nei soggetti epilettici). Tuttavia, i sintomi indotti dall’epilessia e dalla stimolazione elettrica del lobo temporale differiscono notevolmente dal vissuto tipico dei protagonisti di una NDE: la percezione dell’ambiente circostante è distorta, si provano sentimenti di paura, solitudine e tristezza, le sensazioni auditive ed olfattive sono predominanti rispetto a quelle visuali, i ricordi che possono eventualmente affiorare sono piuttosto banali e di scarso significato, ecc. Altri ipotizzano che all’origine delle NDE vi sia l’anossia cerebrale, cioè il carente afflusso di ossigeno al cervello, che può indurre esperienze di tipo allucinatorio. Anche in questo caso, però, ci si trova di fronte a visioni bizzarre e confuse, molto diverse da quelle tipiche delle NDE. Per giunta, da uno studio svolto nel 2001 è emerso come i pazienti che avevano sperimentato una NDE presentassero livelli di ossigeno più elevati rispetto al gruppo di controllo, e di fatto non tutte le NDE si verificano in situazioni di possibile anossia. Obiezioni simili possono essere avanzate anche alle teorie che fanno riferimento all’attività neurochimica di sostanze come le endorfine e la serotonina o all’effetto di farmaci anestetici: i contenuti specifici delle NDE non sono riconducibili agli effetti noti di tali sostanze. Una scarsa coerenza presenta anche la teoria del “cervello morente” proposta da C. Siegel e S. Blackmore, per la quale le NDE sarebbero un artefatto dovuto alla massiccia disinibizione corticale tipica di certe situazioni di stress.

Pam Reynolds

Dal punto di vista psicologico, si cerca di spiegare le NDE come esperienze immaginarie causate da meccanismi di depersonalizzazione o di fantasia difensiva (non applicabili a tutti i casi e comunque inconciliabili con l’uniformità e l’universalità dei fenomeni NDE), o ancora come l’emersione di immagini archetipiche (teoria quest’ultima difficilmente dimostrabile). Un’alternativa a queste teorie riduzioniste consiste nell’ipotizzare un’indipendenza parziale o totale della coscienza dal sostrato fisico cerebrale e dalla sua attività. Nel 2001 la rivista medica The Lancet ha pubblicato un articolo del medico olandese Pim van Lommel, nel quale si presentavano i risultati di un’indagine condotta su 344 pazienti sopravvissuti ad arresto cardiaco allo scopo di studiare la frequenza, la causa e il contenuto delle NDE. In base ai dati a sua disposizione, van Lommel ritiene di poter escludere le spiegazioni fisiologiche e psicologiche, rilevando come le NDE dei soggetti esaminati si fossero realizzate “durante la perdita funzionale transitoria di tutte le funzioni della corteccia e del tronco cerebrale”, e fossero perciò giustificabili solo assumendo che la coscienza non sia un semplice prodotto dell’attività cerebrale. Tra i casi che sembrano sostenere questa ipotesi c’è quello ben documentato di Pam Reynolds, una donna che ebbe una NDE nel corso di un’operazione di chirurgia cerebrale per la rimozione di un aneurisma gigante alla base del cervello. Per poter svolgere questo delicatissimo intervento, la donna dovette essere posta in stato di morte artificiale: in una condizione di fibrillazione ventricolare, con una macchina cuore-polmone attiva, la temperatura corporea ridotta a 10-15 gradi, il sangue drenato dal cervello (elettroencefalogramma piatto), con auricolari di stimolo nelle orecchie e gli occhi chiusi con del nastro adesivo, questa paziente ebbe una NDE con OBE, durante la quale vide dettagli che poterono in seguito essere verificati (e che consentono di determinare con precisione il momento in cui l’esperienza ha avuto luogo).

Ulteriori studi sono in corso presso varie strutture ospedaliere, e al momento il dibattito sulla vera natura delle NDE resta aperto ed estremamente vivace.




Design provided by Free Web Templates - your source for free website templates